“Lo scrittore e la sua città”. Parliamo di Paul Auster il 26 aprile a Palazzo della Penna


Trilogia di New York di Paul Auster ha vinto la votazione di aprile 2017.
La discussione, dal titolo Lo scrittore e la sua città, si terrà mercoledì 26 aprile, alle ore 18.00, a Palazzo della Penna (Via Podiani, 11). Alla conferenza interverrà Emanuela Costantini e il dibattito sarà moderato da Matthew Mather, mentre le letture saranno a cura di Daniele Lupattelli e le atmosfere di Nicola Gasbarro e Andrea Scorzoni.

“Trilogia di New York” di Paul Auster
In una città stravolta e allucinata, in cui ogni cosa si confonde e chiunque è sostituibile, i protagonisti di queste storie conducono ciascuno un’inchiesta misteriosa e dall’esito imprevedibile. Tutto può cominciare con una telefonata nel cuore della notte, come nel caso di Daniel Quinn (Città di vetro), autore di romanzi polizieschi che accetta la sfida che gli si presenta e si cala nei panni di un detective sconosciuto. Ma può anche capitare che chi debba pedinare si senta a sua volta pedinato (Fantasmi); o, ancora, che ci sia qualcuno che s’immedesima a tal punto nella vita di un amico da sposarne la vedova e adottarne il figlio (La stanza chiusa). Tre detective-stories eccentriche e avvincenti in cui Paul Auster inventa una sua New York fantastica, un «nessun luogo» in cui ciascuno può ritrovarsi e perdersi all’infinito. Ed è proprio nell’invenzione di questa solitudine che i personaggi della Trilogia misurano il proprio io e scoprono il loro vero destino.

Ingresso libero

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LO SCRITTORE E LA SUA CITTÀ

  • “Trilogia di New York” di Paul Auster (37%)
  • “La cripta dei Cappuccini” di Joseph Roth (23%)
  • “Racconti di Pietroburgo” di Nikolaj Vasil'evič Gogol' (17%)
  • “Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini (13%)
  • “Istanbul” di Orhan Pamuk (10%)
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“Racconti di Pietroburgo” di Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Un barbiere si sveglia di buon’ora, si alza dal letto, spezza il pane appena sfornato, vi scorge dentro «qualcosa di biancheggiante»: un naso. Prende così avvio uno dei racconti più celebri della letteratura di tutti i tempi, affiancato in questa raccolta da altri quattro, non meno significativi e famosi: Il ritratto, dove un dipinto porta con sé, nel trascorrere degli anni, tutto il male che era nell’animo del personaggio rappresentato; La Prospettiva, storia di incontri e di passioni fatali o fugaci sullo sfondo mutevole, e talora inquietante, del Nevskij Prospekt; Il giornale di un pazzo, diario di un uomo solo e del suo precipitare nella follia; Il mantello, dramma di un povero impiegato che subisce il furto del cappotto nuovo acquistato avvezzando una vita già misera a ulteriori, patetiche restrizioni.

“Istanbul” di Orhan Pamuk
Racconta Orhan Pamuk di aver vissuto fin dalla più tenera età nella convinzione che in un altro luogo di Istanbul abitasse un bambino identico a lui, un altro Orhan. Così, come in un gioco di specchi, Istanbul guarda verso l’Europa alla ricerca della città invisibile libera dalla miseria, tristezza e decadenza, forse una città che conservando un’identità orientale racchiuda qualità e successi dell’invidiato Occidente.
Tutto, nella città fantastica di Pamuk, si raddoppia: perfino lo sguardo che gli abitanti del Corno d’Oro gettano sulla propria vita cerca conferme e smentite nello sguardo giudicante degli occidentali, dai turisti ai grandi viaggiatori ottocenteschi, come Nerval, Gautier e Flaubert, affascinati e abbagliati dai miraggi dell’esotismo. La tristezza che domina Istanbul, lo hüzün, che Pamuk descrive con geniale passione classificatoria, è una «condizione della mente che la città ha assimilato con orgoglio» e ha infinite forme e sfumature. Nasce dal declino dell’impero ottomano, dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche rovine che le case hanno inglobato senza cancellare, dal legno delle vecchie costruzioni che si annerisce per l’umidità e il freddo. La città che Pamuk continua ad amare resta quella della sua infanzia, «una fotografia in bianco e nero». Perciò i vecchi film e i disegni a chiaroscuro sono gli strumenti insieme più fedeli ed evocativi per rappresentarla. Come la Recherche di Proust si può, volendo, riassumere in una frase («Marcel diventa scrittore»), così in Pamuk il destino di una città diventa il carattere del suo narratore. In questo senso, Istanbul è la storia di una vocazione.

“Trilogia di New York” di Paul Auster
In una città stravolta e allucinata, in cui ogni cosa si confonde e chiunque è sostituibile, i protagonisti di queste storie conducono ciascuno un’inchiesta misteriosa e dall’esito imprevedibile. Tutto può cominciare con una telefonata nel cuore della notte, come nel caso di Daniel Quinn (Città di vetro), autore di romanzi polizieschi che accetta la sfida che gli si presenta e si cala nei panni di un detective sconosciuto. Ma può anche capitare che chi debba pedinare si senta a sua volta pedinato (Fantasmi); o, ancora, che ci sia qualcuno che s’immedesima a tal punto nella vita di un amico da sposarne la vedova e adottarne il figlio (La stanza chiusa). Tre detective-stories eccentriche e avvincenti in cui Paul Auster inventa una sua New York fantastica, un «nessun luogo» in cui ciascuno può ritrovarsi e perdersi all’infinito. Ed è proprio nell’invenzione di questa solitudine che i personaggi della Trilogia misurano il proprio io e scoprono il loro vero destino.

“Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini
Il romanzo racconta la vera storia della vita breve, vissuta con passione, di Tommaso Puzilli, un giovane sottoproletario dei sobborghi romani. I piccoli furti, i rapporti con omosessuali, i vagabondaggi notturni, fino alla tragedia finale: il ritratto di un gruppo che vive al di fuori di ogni ordinamento sociale che lo possa condizionare. Pubblicato per la prima volta nel 1959, questo libro venne giudicato dalla critica uno dei romanzi più importanti del dopoguerra. Lungi dal servire effetti coloriti e pittoreschi, il gergo fu utilizzato qui da Pasolini per dare una rappresentazione “lucida e spietata, delle persone e degli atti, dell’ambiente e delle fatalità” (Carlo Emilio Gadda) delle borgate romane.
“È un bellissimo libro. Bellissimo. Uno dei più bei libri italiani del dopoguerra, uno dei più bei libri degli ultimi anni in senso assoluto” (Italo Calvino)
“La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54… C’era un’aria fradicia e dolente… Camminavo nel fango. E lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto… Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza: e, in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia.» (Pier Paolo Pasolini)

“La cripta dei Cappuccini” di Joseph Roth
Con frasi nitide e lineari, scandite da un perfetto respiro, obbedienti a un senso inesorabile del ritmo, Joseph Roth ha raccontato in molti romanzi, e sotto le più diverse luci, il grande evento dell’inabissarsi del suo mondo, che era al tempo stesso l’Impero asburgico e la singolarissima civiltà ebraica dell’Europa orientale, entrambi condannati alla rovina e alla dispersione. Ma se c’è un libro che è l’emblema intatto di questo avvenimento e anche di tutto il destino del suo autore è proprio La Cripta dei Cappuccini, lucidissimo, accorato epicedio scritto da Roth esule e disperato nel 1938.
In questo romanzo Roth riprende la storia della famiglia Trotta, il cui epos aveva già narrato nella Marcia di Radetzky, per aggiungere dall’abisso una necessaria conclusione a quella vicenda che si era appunto fermata sulla soglia della fine. Quando il romanzo si apre, il giovane Trotta ci descrive la sua vita amabilmente dissipata di giovane brillante alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale. L’arrivo di un ignoto parente sloveno, un caldarrostaio dal ricco spirito nomade, che affascina subito il cugino cittadino, è per lui l’ultima felice sorpresa prima di quel giorno di pioggia in cui gli abitanti dell’Impero lessero per le vie il manifesto di Francesco Giuseppe che annunciava la guerra e cominciava con le parole: «Ai miei popoli!». Da quel momento il destino del giovane Trotta comincia a precipitare, mentre sempre più netto si fa in lui un senso di amarezza disperata e intorno gli si rivela un mondo degradante, già pronto a imporsi.

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