LETTERATURA E TOLLERANZA. Aperte le votazioni per la nuova discussione del mese


Nella storia del pensiero occidentale, l’idea di tolleranza ha subito una lunga evoluzione, passando dalla rivendicazione di libertà religiosa a principio costitutivo della moderna convivenza tra le genti. È, dunque, sul contributo che la letteratura ha dato a questo cruciale dibattito che si baserà la discussione del 28 marzo a Palazzo della Penna. La scelta è tra sei grandi scrittori che hanno proposto altrettante soluzioni percorribili, in momenti storici diversi ma tutti segnati dalla mancanza di quel diritto che oggi è da molti dato per scontato.

LETTERATURA E TOLLERANZA

  • "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury (34%)
  • "Ballo di Famiglia" di David Leavitt (21%)
  • "Tra un atto e l'altro" di Virginia Woolf (14%)
  • "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (12%)
  • "Passaggio in India" di Edward M. Forster (11%)
  • "Don Carlos" di Friedrich Schiller (8%)
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Don Carlos di Friedrich Schiller
Don Carlos, Infant von Spanien del 1787) Dramma storico del poeta e pensatore tedesco Schiller, dal quale venne tratto il libretto dell’omonimo melodramma (1867) di Giuseppe Verdi. Il dramma fu ispirato dalla leggenda nata intorno alla figura di Carlos (1545-1568), principe delle Asturie e figlio del re di Spagna Filippo II, secondo la quale egli sarebbe divenuto l’amante della moglie del proprio padre, che aveva sposato Isabella (o Elisabetta), la figlia del re di Francia, inizialmente promessa a Carlos. Filippo, convinto del tradimento, avrebbe costretto i due a una morte tragica.

Johann Christoph Friedrich von Schiller, poeta, drammaturgo e storico, nasce a Marbach am Neckar (Germania) il 10 novembre 1759. Il suo esordio come autore teatrale avviene nel 1782 al teatro nazionale di Mannheim con la fortunata rappresentazione della tragedia “I masnadieri” (pubblicata l’anno prima). Schiller si allontana senza autorizzazione dal ducato in occasione della rappresentazione e conseguentemente viene arrestato: gli viene inoltre vietato di comporre altri drammi di spirito sovversivo. Evade dalla prigione e per tutto il decennio seguente vive clandestinamente in varie città tedesche, spostandosi da Mannheim e Lipsia fino a Dresda e Weimar. Le opere giovanili di Schiller sono caratterizzate da un forte accento posto sulla libertà dell’individuo e da un importante vigore drammatico: per questi temi sono collocate nella cornice dello “Sturm und Drang” (tempesta e impeto), uno dei più importanti movimenti culturali tedeschi e che prende il nome dall’omonimo dramma del 1776 di Maximilian Klinger. Lo “Sturm und Drang” contribuirà assieme al Neoclassicismo alla nascita del Romanticismo tedesco.

Passaggio in India di Edward M. Forster
A Chandrapore, nell’India stretta sotto la morsa del colonialismo, si fronteggiano l’Islam, «un atteggiamento verso la vita squisito e durevole», la burocrazia britannica, «invadente e sgradevole come il sole», e «un pugno di fiacchi indù», in una silenziosa guerra fredda. Fino a quando l’arrivo di una giovane turista inglese non viene a incrinare il fragile equilibrio. Perché Adela Quested, con stupore del clan dei sahib bianchi, non si accontenta dei circoli e delle visite ufficiali: vuole conoscere «la vera India», e trova la guida indigena perfetta nel mite e ospitale Aziz.
Il ritratto umano e poetico di un paese amatissimo si fa parabola della «segreta intelligenza del cuore» di contro alla protervia della ragione in quello che Forster chiamò «il mio romanzo indiano influenzato da Proust» e che rimane il suo indiscusso capolavoro.

Edward Morgan Forster (Londra 1979 – Coventry 1970), scrittore di profonda e raffinata cultura, membro del Bloomsbury Set, viaggiò a lungo tra l’Europa, l’India, l’Egitto. Tra i suoi romanzi, dai quali sono stati tratti anche alcuni fortunati film, si ricordano Camera con vista (1908), Casa Howard (1910), Maurice (1914, edito postumo nel 1971), Passaggio in India (1924).

Tra un atto e l’altro di Virginia Woolf
Una mattina d’aprile del 1941 Virginia Woolf usciva di casa e si dirigeva come per una passeggiata verso il vicino fiume Ouse. A cinquantanove anni, la più grande scrittrice del Novecento aveva scelto di spegnere nel silenzioso fluire delle acque la tensione ormai insostenibile della sua esistenza. Sulla scrivania, due lettere di congedo e l’ultimo romanzo, “Tra un atto e l’altro”, il più rarefatto e insieme il più struggente dei suoi capolavori. Tra un atto e l’altro di un’ingenua rappresentazione dilettantesca in un paese della campagna d’Inghilterra, si liberano i “momenti dell’essere” più squisitamente woolfiani: gli uomini, gli spettatori della vita, sono colti nel loro stato di protagonisti. Rigurgiti ansiosi, voluttuose fantasticherie, accensioni di desiderio, guizzi di rivolta, sottomissioni, monologanti lirismi percorrono un tempo neutro, un’ora zero della vita, e confluiscono in un unico stream che si oppone con fluida, magnetica tenacia alla tragica, banale fissità degli avvenimenti rappresentati. “Tra un atto e l’altro” è il romanzo del presente, del mobile, del fuggevole, del frammentario che anela a comporsi in unità, in una compiuta polifonia.

Adeline Virginia Woolf nasce a Londra il 25 gennaio 1882. Prestigiosa rappresentante del Bloomsbury Group, fu scrittrice, saggista e critica di forte personalità, che emerse anche nel suo impegno libertario e a volte fuori dagli schemi a favore dei diritti civili e della parità tra i sessi. Quando era ancora adolescente il dover affrontare il dolore per la morte della madre scatenò in lei i primi disturbi psichici, che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita fino alla sua tragica scomparsa. Sposò nel 1912 Leonard S. W., con il quale diresse una casa editrice londinese (The Hogarth Press). Nella loro abitazione, presso il British Museum, si riuniva il gruppo di intellettuali chiamato Bloomsbury group. Forrmatasi sotto il duplice influsso del razionalismo, grazie al padre che era studioso del Settecento, e dell’estetismo, Woolf andò elaborando l’intenzione d’invertire il procedimento narrativo: non più personaggi fatti vivere attraverso azioni, ma effetto della realtà esteriore sulla coscienza e sullo spirito. Questo radicale mutamento apparve in forma sempre più chiara e dominante nelle opere narrative che seguirono: Jacob’s room (1922); Mrs. Dalloway (1925); To the lighthouse (1927); Orlando (1928); The waves (1931); The years (1937); Between the acts (1941). 

Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
Montag fa il pompiere in un mondo dove gli incendi, anziché essere spenti, vengono appiccati. Armati di lunghi lanciafiamme, i militi irrompono nelle case dei sovversivi che conservano libri o altra carta stampata e li bruciano: così vuole la legge. Ma Montag non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi e slogan, con una moglie indifferente e passiva e un lavoro che svolge per pura e semplice routine. Finché un giorno, dall’incontro con una donna sconosciuta, nasce un sentimento impensabile, e per Montag il pompiere inizia la scoperta di un mondo diverso da quello in cui è sempre vissuto, un universo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della società tecnologica imperante. Scritto nel lontano 1953, Fahrenheit 451, romanzo prediletto di artisti del calibro di Aldous Huxley e Francois Truffaut, attesta ancora oggi Bradbury tra i massimi scrittori di fantascienza di tutti i tempi.

Scrittore statunitense (1920-2012) di grande fecondità e versatilità, Ray Bradbury deve la sua fama al genere fantascientifico (celebre The martian chronicles, 1950), che impiegò a significare inquietudini e “profezie” (come in Fahrenheit 451, 1953) e messaggi (S is for space, 1966). È stato autore anche di drammi (The wonderful ice-cream suit, 1965), radiodrammi (Leviathan ’99, 1966) e poesie (When elephants last in the dooryard bloomed, 1969). Fra le sue opere: The Halloween tree (1973), Death is a lonely business (1985). Ha scritto anche: A Graveyard for lunatics. Another tale of two cities (1990), Green shadows, white whale (1992), Ahmed and the oblivion machines: a fable (1998; trad. it. 2001), One more for the road: a new story collection (2002; trad. it. Tanegrine, 2006), Farewell summer (2006; trad. it. 2008), Now and forever (2007; trad. it. 2012), We’ll always have Paris: stories (2009), The collected stories of Ray Bradbury. A critical edition – Volume 1, 1938–1943 (2011).

Ballo di Famiglia di David Leavitt
Pubblicato nel 1984, il romanzo è una spietata analisi della famiglia della middle class americana. I personaggi, rappresentanti di una generazione delusa, testimoni di conflitti profondi, lottano per sopravvivere cercando nuove e scintillanti forme di fuga. E’ da questo senso di vuoto e di precarietà che prende le mosse un modo di vivere divenuto vera e propria parola d’ordine degli anni Ottanta, ossia la filosofia degli yuppies, coloro che “vogliono stare in un luogo, fondare carriere, fondare crediti. Vogliono begli appartamenti, impieghi piacevoli, ragazzi/ragazze carini”, come afferma lo stesso scrittore in un articolo divenuto una sorta di manifesto generazionale.

David Leavitt è nato a Pittsburgh nel 1961 e cresciuto in California. Si è affermato ad appena 23 anni con i racconti di Ballo di famiglia. È docente di lettere inglesi alla University of Florida, dove insegna nel programma di scrittura creativa. Leavitt ha vissuto a lungo in Italia e ha inserito ambienti e personaggi italiani nelle sue narrazioni. Leavitt ha affrontato ripetutamente la tematica omosessuale nei suoi romanzi. In proposito ha dichiarato: “Ho scritto quello che avrei voluto leggere quando ero adolescente, ma che nessun libro raccontava”. Dopo il suo primo romanzo, La lingua perduta delle gru, ha pubblicato, tra gli altri, Mentre l’Inghilterra dorme, Il voltapagine, Martin Bauman, Il corpo di Jonah Boyd, Il matematico indiano (tutti editi da Mondadori) e diverse raccolte di racconti. Vive in Florida.

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi
Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze tremende, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi in un’impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura crescente alla catechesi islamica una delle più temibili incarnazioni dell’Occidente: la sua letteratura. Il risultato è uno dei più toccanti atti d’amore per la letteratura mai professati – e insieme una magnifica beffa giocata a chiunque tenti di interdirla. Lo spunto del libro viene dall’esperienza vissuta dall’autrice con sette studentesse iraniane di letteratura inglese. Nel libro l’autrice dice di aver rielaborato e rimescolato i fatti e le storie in modo da rendere impossibile il riconoscimento delle persone reali dietro i personaggi in modo da tutelarne la sicurezza. Il libro è diviso in quattro capitoli: “Lolita”, “Gatsby”, “James” e “Austen”.

Figlia di Ahmad Nafisi, che è stato sindaco di Teheran e di Nezhat, prima donna ad essere eletta al parlamento iraniano, ha studiato dall’età di 13 anni in Inghilterra e ha proseguito i suoi studi negli Stati Uniti dove si è laureata in letteratura inglese e americana. Tornata in Iran, ha insegnato Letteratura angloamericana all’università di Teheran (da cui viene espulsa dopo 18 anni d’insegnamento a causa delle restrizioni del governo degli ayatollah) poi ha proseguito l’insegnamento quasi clandestinamente con un gruppo ristretto di alunni (come viene descritto nel best seller Leggere Lolita a Teheran). Torna poi per qualche anno all’insegnamento universitario, ma non nella capitale. Si trasferisce nel 1997 negli Stati Uniti, con il marito e i due figli, e vi ottiene la docenza alla School of Advanced International Studies dell’Università Johns Hopkins di Washington. Presso Adelphi ha pubblicato: Leggere Lolita a Teheran (2004), Le cose che non ho detto (2009), La repubblica dell’immaginazione (2015).

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