Haruki Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo


In un sobborgo di Tokyo il giovane Okada Toru ha appena lasciato volontariamente il suo lavoro e si dedica alle faccende di casa. Due episodi apparentemente insignificanti riescono tuttavia a rovesciare la sua vita tranquilla: la scomparsa del suo gatto e la telefonata anonima di una donna dalla voce sensuale. Toru si accorgerà presto che oltre al gatto, a cui la moglie Kumiko è molto affezionata, dovrà cercare Kumiko stessa. Lo spazio limitato del suo quotidiano diventerà il teatro di una ricerca in cui sogni, ricordi e realtà si confondono e che lo porterà a incontrare personaggi sempre più strani: dalla prostituta psicotica alla sedicenne morbosa, dal politico diabolico al vecchio e misterioso veterano di guerra. A poco a poco Toru dovrà risolvere i conflitti della sua vita passata di cui nemmeno sospettava l’esistenza.
Un intrigante romanzo che illumina quelle zone d’ombra in cui ognuno nasconde segreti e fragilità.

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In Murakami c’è qualcosa di estremamente presente in ogni frase, lui è lì, nella storia, a lottare con essa insieme a noi, completamente intuitivamente concentrato e credo che sia questa forza delle sue intenzioni che mi fa credere ciecamente in lui. La coreografia della struttura del romanzo, come la danza moderna, segue le sue proprie regole. Niente viene imposto. E’ un percorso determinato dal coinvolgimento assoluto che Murakami ha nel suo stesso modo di procedere. 

Aimee Bender

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